La partecipazione dei cittadini vista “dal basso”. La costruzione sociale delle politiche urbane e territoriali

«Essere “zapateri” vuol dire consentire agli uomini e alle donne di questo paese di tornare a rivalutare la politica nel senso più alto del termine e a credere veramente in una democrazia partecipata dove tutti si sentano coinvolti e nessuno si senta escluso» (Rita Borsellino, MicroMega-la primavera, 9/3/2006).

Da alcuni anni il tema della partecipazione si ritrova in modo ricorrente – e spesso rituale – al centro del dibattito sulle politiche urbane. Il tema della partecipazione dei cittadini alle scelte del governo della comunità cui appartengono ritorna attuale ogni volta che si è in odore di approvazione di pianificazioni importanti, quando sono in gioco interessi collettivi da difendere di fronte al facile costume della tutela di quelli personali. L’approvazione di uno strumento urbanistico riaccende, per esempio, la questione della partecipazione cittadina alla programmazione e alla conoscenza del progetto.

I processi attuali di trasformazione urbana che coinvolgono l’intera comunità civica richiedono conoscenza, cultura, partecipazione consapevole, una visione integrale e complessa, non separata, dei mutamenti e dello sviluppo della città, delle relazioni fra identità storica e progetto del futuro. Il governo e la trasformazione delle città devono basarsi su saperi non più separati da steccati rigidi, ma fondati su un approccio multi e interdisciplinare. Chi interviene con programmi di governo, pianificazione e progetto del territorio deve conoscere la complessità del sistema urbano; chi si occupa di analisi, di ricerca sulla città, di documentazione – sociologi, economisti, storici, geografi, urbanisti – deve approfondire i modi di descrizione e analisi della realtà.

La costruzione di una “cultura della città” si fonda anche sulla ridefinizione degli strumenti concettuali a disposizione e su un percorso che ponga in relazione le domande dei cittadini, la trasmissione della conoscenza, per la formazione di un sapere diffuso.

Il “diritto alla città” è anche diritto alla conoscenza. Si realizza offrendo ad una comunità gli strumenti per capire i conflitti e i problemi della vita quotidiana e del quadro strutturale di riferimento. Uno dei nodi diventa quello del rapporto fra costruzione collettiva degli scenari strategici della città e costruzione di un sapere collettivo. Si tratta di un nodo non facile da risolvere, che ha bisogno – per essere affrontato in modo equilibrato – di un dialogo costante fra i saperi specialistici che devono essere messi in campo per comprendere la città nella quale viviamo. Ancora oggi, questioni che hanno una grande complessità culturale vengono analizzate in modo separato, rigidamente e poveramente “tecnico”.

Per questo, la in-formazione e la partecipazione dei cittadini richiedono una mediazione esperta fra le domande espresse – spesso inedite – e la reale costruzione di una strategia di sviluppo locale.

Urbanisti e politici si confrontano sull’argomento, chiedendosi quali ambiti decisionali sia legittimo ed utile aprire alla partecipazione, quali soggetti debbano partecipare, in quale momento dei processi decisionali vada inserita la partecipazione, se e in che misura il cosiddetto “approccio partecipativo” vada a modificare le procedure che regolano i processi, nonché come tale approccio vada a riconfigurare i ruoli e i poteri dei diversi soggetti coinvolti.

La partecipazione, intesa in questo senso considera gli abitanti non come “ascoltatori” o interlocutori da consultare su scelte già fatte, ma soggetti attivi con cui confrontarsi sulle decisioni da prendere, secondo una prospettiva che rimette al centro della politica il concetto di abitante/competente, capace di sviluppare capacità ed esprimere preferenze, saperi ed esperienze utili all’interno dei processi decisionali.

La conoscenza cosiddetta “esperta” spesso allontana la partecipazione, quindi bisogna agire in modo che saperi esperti e saperi comuni possano comprendersi e interloquire fra loro. Per questo occorre adottare una logica comunicativa e una strategia di costruzione sociale delle scelte che restituisce un forte contenuto etico alle deliberazioni: i diversi interessi – spesso inconciliabili tra loro – possono giungere alla formulazione di punti di vista condivisi, capaci di riposizionare i conflitti entro nuovi processi decisionali, in cui le diverse posizioni possano trarre vantaggio reciproco dal contesto generale dell’azione.

È sull’accessibilità di tutte e tutti ai processi decisionali – dove con il termine “processo decisionale” si indicano tanto i momenti dell’elaborazione che quelli della deliberazione – che deve lavorare un governo locale impegnato nella promozione della partecipazione, e non nella ricerca di meccanismi astrusi per la costruzione del consenso a ciò che è già stato deciso.
Quale che sia il ruolo delle parti – sia nelle istituzioni o dentro la società civile – rendere accessibile il sapere significa diventare “contestabili”, accettare di essere contestati.

Il cammino che si intraprende per questa via è un cammino “pericoloso”, ed espone la partecipazione al rischio costante di un uso distorto, anche al di là delle buone intenzioni che magari animano chi la promuove.

La partecipazione si può ridurre facilmente – e troppo spesso lo è – a strumento di ricerca di consenso e di riduzione o rimozione del conflitto, in totale contraddizione con i fini di questa ricerca di democrazia reale; una ricerca costante che richiede di costruire la partecipazione come processo inclusivo, di continua sperimentazione, di ridefinizione dei poteri in una crescita e trasformazione – sia dei partecipanti che delle istituzioni e dei tecnici.

Troppo spesso, la partecipazione assume una dimensione pressoché decorativa di una politica nella quale i meccanismi dei poteri e della decisione rimangono intatti: in questo senso a poco servono la grande crescita numerica degli Assessorati alla Partecipazione e l’utilizzo sempre più diffuso del termine in atti istituzionali, norme e documenti, se poi spesso – e concretamente – tutto rimane orientato in senso addirittura opposto!

Autore articolo: Aldo Summa
Articolo pubblicato su Maruggio.Blog.com, Giugno 2007

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