Anziani e comunità

«Fortunato quel bambino che arriva in questo mondo con dei buoni geni, dei genitori amorevoli e persino dei nonni che prontamente si rivolgono a lui con entusiasmo e con gioia. (…) la nostra società non sa veramente come integrare gli anziani nei suoi principali modelli e convenzioni o all’interno del suo funzionamento vitale. Piuttosto che essere inclusi, gli anziani non vengono più visti come fonti di saggezza, ma come simbolo di vergogna. […]

Nel nostro paese le cose vecchie ed inutili, come sappiamo, vengono buttate via. Abbiamo però introdotto il concetto di “riciclaggio”, che estende l’utilità delle cose vecchie e contribuisce ad evitare di sovraccaricare la terra di enormi depositi di detriti. Sicuramente non buttiamo nella spazzatura i nostri parenti anziani, ma non facciamo nemmeno abbastanza per promuovere il loro “riciclaggio”. E perché non assicurare loro migliori occhiali da vista, migliori apparecchi acustici oltre che giornali, riviste e libri con caratteri di stampa più grandi? Tutti i medici si raccomandano di fare esercizio fisico, di camminare, per mantenere la salute e la mobilità. Ma poche città o paesi si preoccupano di mantenere marciapiedi e strade sicure dove gli anziani possano muoversi lentamente e con attenzione. Avete mai visto una città dotata di panchine sulle quali l’anziano che va a fare la spesa possa riposarsi un momento dalla fatica di trasportare buste piene e pesanti? […]

Il tipico atteggiamento della nostra società nei confronti dell’anziano è sconcertante. Mentre i documenti storici, antropologici e religiosi testimoniano che gli anziani dell’antichità venivano ammirati e persino riveriti, la risposta di questo secolo nei loro confronti è spesso di derisione, di disprezzo, e persino di repulsione. Se viene offerto un aiuto, questo viene rovinato da una tendenza all’esagerazione. L’orgoglio viene ferito, ed il rispetto è in pericolo. All’anziano viene offerta una seconda infanzia senza giochi. Se un anziano non riesce a salire le scale o ondeggia mentre cammina, tale disgrazia viene equiparata ad una perdita di pensiero e di capacità cognitive. Spesso è più facile arrendersi a tali verdetti piuttosto che combatterli. Chi è cieco o sordo ha trovato un modo con cui affrontare le proprie deprivazioni e mantenere il diritto umano di vivere la propria vita nella privacy dei propri sentimenti, dei propri giudizi e delle proprie esigenze. Ha potuto usufruire di istituzioni dedicate al suo sostegno.

Supponiamo che abbiate imparato nella vita che conoscere voi stessi sia sinonimo di saggezza e possa aprire i nostri occhi e le nostre orecchie. In che modo questa conoscenza da sola ci prepara all’ultimo tratto di vita? Cosa fa la nostra società per facilitare il passaggio agli ultimi stadi della vita e per adattarsi alla presenza degli anziani? L’intera popolazione sta invecchiando. Ci sono più ultraottantenni di prima e la medicina sta facendo grandi passi avanti per allungare la vita media. Tuttavia, finora non è stato avviato nessun programma che preveda l’integrazione degli anziani nella società e l’adeguamento dell’ambiente alle loro esigenze. […]

Ma c’è qualcosa di terribilmente sbagliato. Perché si è reso necessario spedire i nostri anziani “fuori da questo mondo”, in strutture così lontane a vivere una vita in cui sia assicurata cura ed assistenza? Ogni essere umano è destinato a raggiungere l’età senile, con tutte le sue gioie e le sue tristezze. Ma come possiamo imparare dai nostri anziani su come prepararci ad affrontare a questo periodo finale della vita se loro non vivono tra noi?

Una soluzione, anche se probabilmente è solo un sogno, sarebbe che ogni città avesse dei parchi – belli e ben curati – disponibili per tutti. Nel mezzo di ogni parco potrebbe esserci una casa per anziani. Ogniqualvolta essi lo desiderino, potrebbero fare una passeggiata, a piedi o su una sedia a rotelle, all’interno del parco con parenti ed amici, che potrebbero andarli a trovare e parlare con loro su belle terrazze. Tutti potremmo così ascoltare le loro storie, imparando ciò che la loro saggezza ha ancora da offrirci. (…) La maggiorparte di noi non vive più in stretto contatto con amici e parenti che hanno superato i novantanni, e quindi non ha potuto condividere pienamente con loro l’esperienza della vita nel nono stadio. Come possiamo progettare o immaginare di conformarci a questo futuro sconosciuto e renderlo il più possibile ricco, significativo e stimolante? Da quali storie di vecchiaie felici possiamo essere accompagnati durante il nostro cammino? […]

Ricordo di aver visto nelle strade del sud Europa anziani seduti su panchine fuori dalle loro case mentre fumano pipe, chiaccherano, scherzano e guardano il mondo che va avanti. Le donne rimangono dentro casa, probabilmente a spettegolare: esse parlano un linguaggio diverso da quello dei loro uomini, anche se sicuramente ugualmente colorito e piccante. (…) La solitudine non li sgomenta, e le visite dei più giovani li ispirano, danno loro forza e gioia di vivere. (…) Forse nella nostra cultura non abbiamo abbastanza fede e fiducia nella comunità per dedicarci a tali solenni ed onorifiche celebrazioni.

Sembra che la nostra cultura non possieda le parole, i gesti o le canzoni più appropriate a questo addio finale.»

Fonte: “I cicli della vita. Continuità e mutamenti” di Erik H. Erikson e Joan M. Erikson, Armando Editore

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