“Muri a secco”, un video e un’ode

Avete mai osservato un muro a secco ferito? Le pietre, squarciato il loro ordine antico, lasciano vedere la loro originaria natura, la loro giovinezza di calcare appena dissepolto. Color ocra, a volte un po’ sanguigno.
Vedi il colore del tempo, puoi misurare il tempo se metti a confronto le due facce di una sola pietra.
All’esterno è scura, severa nel colore, lavata da ogni impurità, asciutta, scarna e un po’ rugosa. La pioggia degli anni, ere di solleone e i venti di ogni direzione l’hanno resa tale.
Nelle sue pieghe trovano rifugio e protezione esseri da nulla, per i quali la pietra è reggia: chiocciole, muschi a volte, minuscole piantine.
Allineata alle altre sue pari, avanguardia contro invasioni, soprusi, cedimenti, in difesa del terreno contro dimenticanze e contaminazioni.

L’altra faccia della pietra è un po’ sorpresa. Sorpresa di ritrovarsi allo scoperto, in faccia al sole, nuda, piena d’impurità, ricoperta di terra insieme a una minutaglia di sassi senza storia, messi lì solo per riempire lo spazio fra una pietra portante e l’altra, che sembrano dire: “Tocca a noi? E’ il nostro turno? Lasciateci fare, finalmente”.
Giovani le pietre all’interno dei muri a secco, grasse e un po’ corrotte. Baldanzose, piene di speranza. E ignare.
Fuori, nobili le pietre nell’aspetto e fiere di aver sfidato l’acqua e il vento, gli assalti barbari d’ogni natura.
Le singole pietre dei muri di campagna, schierate in battaglioni, resistono ancora, fedeli soldati, alla guerra del tempo e di tutti i suoi alleati.
Inni di pietra al cielo, le pietre dei muri a secco.

MURI A SECCO di Wilma Vedruccio
La casa del sale, Storie di un altro Salento, Edizioni Kurumuny, 2013
musica: Gillicuddy / Porthglaze Cove
riprese e montaggio: Carlo Mazzotta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *