La vita possibile. Storie di lealtà. Lorenzo Scaraggi intervistato da Carla Saracino

Viaggiare è sempre un andare incontro a qualcuno o a qualcosa. Anche il mezzo con cui si decide di farlo è importante. Perché utilizzare un vecchio camper dell’82 di nome Vostok?

Perché sono un uomo nostalgico! Sai perché l’ho chiamato così? Vostok era il nome della navicella spaziale usata da Jurij Gagarin. In un mondo in cui tutti vanno con mezzi ultraveloci, viaggiare su un veicolo come quello è un modo per riappropriarsi del senso del tempo e dello spazio. Il rapporto con il Vostok è materico: sperare che non mi abbandoni da un momento all’altro, avere la puzza costante di olio sulle mani, tutto ciò riconduce a una dimensione lenta del viaggio. Lenta relativamente alla velocità con cui accadono oggi le cose. È pure metafora del mio approccio graduale ma anche deciso alle storie.

Saper raccontare storie è in fondo una disposizione all’ascolto. Come nasce il dialogo con le persone che incontri? Con quali forme di intesa e fiducia reciproche avviene la costruzione del confronto?

Se si guarda alle cose dal punto di vista dell’intervistatore “a tutti i costi”, non è facile conquistare la fiducia delle persone. Mi spiego: nessuno è tenuto a raccontarti di sé, ma c’è una linea sottile superata la quale si può parlare a se stessi. Quello è il delicato confine tra il saper essere empatici o meno. Quando ho girato Madre Nostra, ho incontrato Alfonso, una delle persone in apparenza più difficili. Per i primi tre giorni io e i miei due operatori non abbiamo messo mano alle telecamere. La cosa più importante per me era far capire ad Alfonso che avrei parlato con lui solo se lui avesse avuto voglia di farlo. Non avevo la fretta o la foga di portarmi per forza l’intervista a casa. Durante i primi tre giorni abbiamo chiacchierato a telecamere spente. Sentivo che le sue risposte sarebbero giunte col tempo e con la confidenza necessari. Lentamente siamo riusciti ad entrare in una dimensione di naturale familiarità, così che usare la telecamera a quel punto è stato spontaneo. Questa progressione che cattura gradatamente la fiducia è il segreto che mi ha accompagnato anche durante le esperienze in zone di guerra. In passato sono stato in Iraq, nella striscia di Gaza, ho fatto dei reportage nei campi profughi della ex Jugoslavia… in quelle occasioni non potevo pensare di entrare nella dimensione intima delle persone con fare invasivo o superficialità. Eppure c’era un momento preciso nel quale sentivo di poter scattare una foto perché tra me e gli altri si creava un vero momento di intesa.
La cosa più importante è sempre quella: far capire che sei lì per ascoltare ed entrare in un dialogo sincero con gli altri. Del resto questo è anche l’approccio del viaggiatore, non aspettarsi mai niente ed essere rispettosi degli incontri… Perché dovremmo salvaguardare i boschi e non la delicatezza degli esseri umani? Entrare con discrezione nella sfera interiore delle persone è importante tanto quanto non danneggiare la natura.

A questo proposito, come fai durante i tuoi innumerevoli viaggi a rompere quella naturale diffidenza che forse insorge nell’incontro con l’altro?

Scherzando, dico sempre che mi affido al Dio del viaggio. Non sono credente nel senso comune del termine, ma mi colpisce molto un passo del Vangelo: “Siate puri come le colombe e prudenti come i serpenti”. In effetti, mentre viaggi, non devi mai avere paura di essere te stesso, eppure devi restare vigile, usare quattro occhi, due davanti e due dietro. Devi sempre prevenire e pensare a tutte le eventualità, le vie di fuga, le possibili soluzioni a qualche problema, ma il fatto di dover restare guardinghi non esclude il poter essere puri e aperti di fronte alla scoperta. Quando mi chiedono se ho paura ribatto sempre provocatoriamente con una domanda: perché gli altri non dovrebbero avere paura di me?

Madre Nostra è il titolo del tuo meraviglioso documentario, prodotto da Fondazione con il Sud e Apulia Film Commission. Racconti di una Puglia lontana dalle narrazioni social e turistiche. La tua è una Puglia ferita dall’illegalità che prova a rinascere attraverso l’agricoltura sociale. Fai visita a cooperative, comunità di recupero della regione dove il lavoro nei campi è un “mezzo magico” che serve a rinsaldare rapporti di comunità e di civiltà. Dal trullo sociale di San Michele Salentino, centro educativo e di aggregazione, alla Fattoria dei Primi di Valenzano che gestisce 26 ettari di terra confiscata alla mafia, passando per gli orti in gestione e i laboratori di legalità: in fondo, si tratta di un’agricoltura profondamente simbolica…

Sì, però non è prettamente simbolica. Nel bando che avevo vinto si chiedeva di parlare del terzo settore, quello del volontariato, che sta diventando realmente impresa con ricadute benefiche in ambito sociale. Il terzo settore si sta evolvendo perché stanno mutando le leggi. A livello governativo si sta puntando alla sua progressione e al suo miglioramento, di conseguenza le iniziative che nascono danno concretamente da mangiare a chi vi partecipa e alle loro famiglie.
L’agricoltura o le attività che vengono praticate dalle cooperative creano concrete occasioni di lavoro e sono vettori di opportunità per chi vuole dare una svolta alla propria vita. Spesso hanno a che fare con programmi a cui alcune persone ricorrono per non dover stare in carcere. Certo, non tutti vogliono realmente essere redenti o affrancarsi da un passato difficile, ma la parte migliore riesce ad incamminarsi su una strada di rinnovata consapevolezza e ritrovata identità.
Poi, l’agricoltura ha sempre fatto parte del nostro modo di pensare. Il resoconto della storia dell’umanità si fa sul lungo termine. Dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo creduto illusoriamente di poterci allontanare dalla terra, diventare pezzi di un ingranaggio della fabbrica, ma in Puglia, ad esempio, nasciamo contadini, lo siamo sempre stati profondamente per cultura e tradizione. In fondo non ci siamo mai allontanati dal rapporto con il territorio e attualmente c’è anche un modo diverso di lavorare nei campi: ci sono contadini che hanno un’intelligenza straordinaria mirata alla valorizzazione non solo dei semi che piantano ma pure delle persone che coinvolgono.

Mi hanno colpito nel documentario la saggezza naturale di Angelo Santoro e la battuta schietta di Giuseppe Mennuni che dice: “Se la vita vuoi cambiarla, la cambi”. In tempi di sfrenati individualismi e sproloqui, ti chiedo il conforto di una condivisione o di una speranza. La chiave di rinnovamento sta forse in due parole: semplicità e comunità?

Raramente ho visto Angelo Santoro arrabbiato, lui sorride sempre. Anche quando è preoccupato, non manca di farti qualche battuta. Combatte tra l’essere contadino, imprenditore e gestore di una cooperativa, eppure è sempre felice. Giuseppe, che ha avuto un passato molto complicato e gravoso, mantiene una straordinaria gratitudine rispetto alla vita. Si commuove perfino nell’intervista. Oggi è felice mentre lavora nei campi o passa del tempo col suo bambino.
Questo per dire che io guarderei la cosa da un punto di vista rovesciato. Posto che queste persone vivono la vita come tutti e con le difficoltà comuni a tutti, non potrebbe essere che sbagliamo noi a focalizzarci su valori errati? Forse a volte basterebbe mettersi nei panni degli altri: noi che cerchiamo rivelazioni nella semplicità altrui, dovremmo probabilmente pensare che il vero benessere sta nel non sovraccaricarsi di cose inutili.

Forse un certo desiderio di semplicità o nostalgia per l’anteriore sono reazioni naturali all’iper-informazione a cui siamo perennemente sottoposti e che satura il nostro quotidiano…

E allora viene da chiedersi se gli stimoli che riceviamo siano proprio necessari. Se non fosse per lavoro, io stesso mi priverei volentieri dei contatti mediatici, ma è pur vera una cosa: il nostro libero arbitrio ci offre la possibilità di scindere, selezionare e scegliere tra le varie sollecitazioni…

L’agricoltura insegna i tempi della cura e della pazienza. Coltivare la terra equivale a coltivare se stessi imparando a vivere con gli altri, nel rispetto dei ritmi di ognuno e delle diversità. Madre Nostra è la storia di un incontro con chi “fa” la Puglia e, aggiungerei, il Meridione. Visto in questa ottica, il tuo lavoro esula dai soli confini regionali?

Sicuramente quelle di Madre Nostra sono storie che potrebbero accadere dappertutto. Eppure è importante ribadire la loro specifica connotazione geografica visto che la mafia è ovunque ma anche in luoghi specifici. Mentre preparavo il documentario, parlavo agli amici dei temi che stavo affrontando, agricoltura sociale e terre confiscate alla mafia. A quel punto erano tutti certi che stessi girando in Sicilia, perché nell’immaginario collettivo la mafia esiste solo in quella regione ed è legata ai soliti stereotipi. E invece nell’operazione Diomede, quella che portò al sequestro dei terreni gestiti da Angelo Santoro, furono arrestate novanta persone, perché la capacità di penetrazione della mafia nel tessuto sociale è potente e invisibile. La mafia gestisce molte delle situazioni che ci circondano. Leggevo di organizzazioni mafiose che in questo momento pandemico stanno investendo cinquecento milioni di euro per acquistare tutto l’acquistabile. Purtroppo sono tra di noi, formano un antistato invisibile che riesce ad infiltrarsi ovunque, persino nei luoghi della quotidianità. Questo per dire che possono essere dappertutto ma anche dietro casa nostra. Nessuno di noi deve avere più la possibilità di autoscagionarsi e dire che non ne sa nulla. Grazie all’informazione (e in questo senso i mezzi di comunicazione ricoprono un ruolo utile), tutti possono capire e approfondire criticamente le situazioni.

Nella tua vita di giornalista, regista e soprattutto viaggiatore, quanto contano gli sforzi per arrivare alla meta? Esiste una “fatica della scoperta”?

Certo, esiste. Io ho voluto fortemente trasformare il Vostok nella mia sede di lavoro, ma questo proposito mi è costato tantissimo. C’era chi, pensando al mio peregrinare per lavoro, mi invidiava ipotizzando spostamenti e narrazioni privi di sacrificio e sforzi, “Ah e chi non vorrebbe ascoltare storie in giro per il mondo?”…dicevano. “Fallo tu”, rispondevo allora io. Ho a che fare con grandi sacrifici che impegnano energie di vario tipo e tolgono tempo al resto, soprattutto agli affetti. Ho certamente costruito il mio lavoro in modo da adattarlo ai desideri e alle passioni, ma questo ha comportato rinunce e grandi fatiche. Da tempo inseguo ritmi di lavoro incessanti e non ho un giorno libero, perché devo rispettare le commissioni e le aspettative degli altri.

Quali sono stati, infine, i viaggi che ti hanno lasciato il segno e da cui hai ereditato nuova linfa per continuare ad andare?

Dal giro d’Europa in solitaria nel 2016 al progetto Lungomare Italia nel 2018 fino a quello di quest’anno, Puglia fuori rotta, un viaggio di 3000 km alla scoperta delle meraviglie più nascoste della mia regione, tutte esperienze meravigliose e lavori di storytelling che sono stati promossi e finanziati strada facendo da preziosi sostegni e aiuti grazie ai quali ho avuto la possibilità di diffondere la bellezza del patrimonio culturale, etnico e storico delle terre visitate.

Autore: Carla Saracino
Articolo pubblicato su: Monolith Volume

Articolo letto in totale 92 volte, di cui 1 visite odierne.
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright 2009-2012 PlayourPlace.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *