Nel grande tesoro di Puglia 165 i beni di interesse pubblico

«Attività di tutela ma anche di valorizzazione: è la sintesi con cui potremmo descrivere il nuovo Piano paesaggistico della Puglia». Come dire: divieti ma pure incentivi. Così l’assessora alla Qualità del territorio, Angela Barbanente, qualifica il Piano paesaggistico regionale territoriale (in sigla Pprt), approvato dalla giunta regionale lo scorso 2 agosto. Si tratta di prescrizioni prevalentemente indirizzate ai Comuni. Questa, in estrema sintesi, la carta di identità dello strumento di programmazione: la Puglia è stata suddivisa in 11 ambiti, ognuno dei quali caratterizzato da una specifica identità storica, culturale e paesaggistica; i beni dichiarati di «notevole interesse pubblico» sono 165; l’intera opera di pianificazione — cominciata nel 2009 — si fonda su cinque pilastri, cosiddetti progetti territoriali: Rete ecologica, Patto città-campagna, Mobilità dolce, Paesaggi costieri, Beni patrimoniali.

 Assessora Barbanente, in che cosa il Piano paesaggistico si distingue dal vecchio Putt, piano urbanistico e territoriale? 

«Il nuovo Piano persegue finalità di tutela e valorizzazione, di recupero e riqualificazione dei paesaggi. E questo in piena aderenza al Codice dei beni culturali (siamo primi in Italia) e in coerenza con i principi della Convenzione europea sul paesaggio (ratificata dall’Italia nel 2006). La differenza con il Putt risiede proprio nell’attività di riqualificazione e recupero, finora non prevista. Ma vi sono altre ragioni per così dire tecniche».

Ce le spieghi.
«Il nuovo documento è fondato su una cartografia aggiornata e con notevole capacità di dettaglio. Siamo passati da una scala 1 a 25mila, ad una scala 1 a 5.000. Questo consente di avere una dimensione adeguata perfino alla pianificazione comunale e capace di offrire informazioni sulle caratteristiche del paesaggio che si intende valorizzare. Del vecchio Putt è stata conservata la classificazione della tutela: idrogeomorfologica (territori costieri, vicini ai laghi, ai corsi d’acqua, lame, gravine, grotte); ambientale (boschi, macchie, aree umide, pascoli); antropica e storico-culturale (immobili, aree di notevole interesse pubblico, zone archeologiche, paesaggi rurali)».

Il territorio regionale è stato suddiviso in 11 ambiti. A quale scopo?
E come sono stati individuati? «La suddivisione in ambiti mira a far emergere i caratteri della “identità” paesaggistica, mettendo in risalto lo stato di conservazione e le regole riproduttive (quando ciò sia possibile: si pensi ai nostri caratteristici solai a lamie). Gli ambiti sono stati individuati sulla base delle relazioni tra componenti ambientali, storiche e culturali che ne connotano l’identità di lunga durata: gli ulivi nella zona di Monopoli, i trulli in valle d’Itria, le coste nel Salento.Il piano definisce, per ciascun ambito, specifici obiettivi di qualità e anche normative d’uso. In alcuni casi prescrive direttamente cosa non si può fare; in altri casi chiede ai Comuni di recepire le norme contenute nel Piano paesaggistico. In ogni caso si mira alla salvaguardia e, ove necessario, al recupero dei valori culturali che il paesaggio esprime».

Il Piano si impernia su cinque progetti territoriali: quali sono e come agiscono sulle attività pianificatorie dei Comuni?
«I cinque progetti territoriali possiamo sintetizzarli in questo modo: Rete ecologica, Patto città-campagna, Mobilità dolce, Paesaggi costieri, Beni patrimoniali. Hanno una rilevanza strategica: perché hanno valore di direttiva sia per i Comuni sia per la stessa amministrazione regionale. Significa che la Regione ne deve tener conto quando dovrà programmerà l’uso dei fondi europei. E significa che tali risorse finanziarie dovranno essere indirizzate per le necessità che il Piano indica. Un esempio? Il Piano prevede la rinaturalizzazione del fiume Cervaro, nel foggiano, che è un pezzo della Rete ecologica. Ebbene, si dovranno programmare le risorse indispensabili».

Quali sono i principali vincoli stabiliti dal Piano? E chi è chiamato a vigilare sul loro rispetto?
«I vincoli riguardano i 165 beni dichiarati di notevole interesse pubblico: sono stati perimetrati puntualmente uno per uno, d’intesa tra Regione e ministero dei beni culturali. Qualche esempio? Mi viene in mente il territorio delle Tremiti (il primo vincolato in Puglia, già nel 1950), Castel del Monte, Polignano, Alberobello, Vico, Vieste, le coste salentine. Il piano, poi, vincola “categorie di beni”. Sono quelle individuate dalla legge Galasso: territori costieri, vicini ai laghi, corsi d’acqua, parchi, territori coperti da boschi, zone umide. La vigilanza è esercitata dalle Soprintendenze, ma anche dalla Regione (che può autorizzare delle trasformazioni) e dai Comuni (che vigilano sulle modifiche autorizzate)».

Quali indicazioni detta il Piano su un tema che fa molto discutere, quello degli impianti di energia rinnovabile, ossia torri eoliche e pannelli fotovoltaici?
«Anche il Piano paesaggistico si pone l’obiettivo dell’efficienza energetica negli insediamenti esistenti. Dunque prevede l’impiego di energie rinnovabili prodotte da impianti presenti sugli edifici: a condizione che non siano visibili dai punti di vista panoramici e dagli spazi pubblici. Il Piano, per altri versi, tutela in modo rigoroso i suoli che abbiano una valenza culturale e naturalistica e i terreni agricoli. Si distingue ovviamente fra grande e piccola taglia, e impianti integrati al servizio degli insediamenti residenziali. Ma torri eoliche o pannelli fotovoltaici in un campo di ulivi non sono ammessi. Ad ogni modo il documento contiene apposite linee-guida per la progettazione e la corretta localizzazione di impianti di energia rinnovabile».

Autore articolo: Francesco Strippoli

Articolo pubblicato su “Il Corriere del Mezzogiorno”, 8 Agosto 2013

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